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domenico riccio

cittadino dello antico et populare stato di Lucca (Italia)

 
 
     
 
jueves 16/noviembre/2006 16:26

La grande bugia (di Domenico Riccio)


“Abbiamo cercato di fare un lavoro onesto. E se qualcuno rognerà, lasciamolo rognare. A noi che ce ne importa?”. Sono le ultime parole de “La grande bugia” di Giampaolo Pansa.

“Abbiamo cercato di fare un lavoro onesto. E se qualcuno rognerà, lasciamolo rognare. A noi che ce ne importa?”. Sono le ultime parole de “La grande bugia” di Giampaolo Pansa. Io non intendo rognare, ma ringraziare questo importante scrittore di sinistra che con i suoi ultimi libri (I figli dell’Aquila, Il sangue dei vinti, Sconosciuto 1945 e quest’ultimo) ha cercato di riempire quelle “zone d’ombra” nella storia della Resistenza, durante e dopo la fine della guerra civile, e riportare gli “eccessi” e le “aberrazioni” dei vincitori contro i vinti, di cui ha parlato il Presidente Napolitano nel discorso del suo insediamento. Interessanti e anche commoventi le storie personali riportate, come quelle di Carlo e Sylva, per citare le ultime, da cui si evince che anche chi è morto dalla parte sbagliata merita la stessa dignità di chi è morto dalla parte giusta, perché gli uni e gli altri hanno combattuto fino al sacrificio della vita credendo in un ideale. Degna di attenzione è l’affermazione di Luca Tadolini sulla “guerra civile”, che è tale solo se c’è una partecipazione massiccia della popolazione. Fra il ‘43 e il ‘45 la partecipazione di civili fu molto limitata: da una parte c’era l’esercito tedesco e della RSI, dall’altra l’esercito degli anglo-americani aiutato dalla guerriglia resistenziale composta in prevalenza da comunisti. La maggior parte della popolazione è rimasta in attesa, in quella “zona grigia”, come la definisce lo storico Renzo De Felice, e sperava solo che la guerra finisse. Fanno molto riflettere le parole di Sergio Luzzatto, “l’antifascista delle caverne”, quando ancora oggi sostiene che “esistono cause per le quali è giusto uccidere”. Pansa ricostruisce le vicende di coloro che prima di lui sono stati bersagliati dalla potente guerra delle parole e della propaganda di sinistra, che ha sempre rifiutato ogni benché minima revisione della “grande bugia”, del “ritratto reticente, incompleto, spesso falso e dunque bugiardo della nostra guerra civile, che le sinistre italiane hanno costruito e protetto per sessant’anni”. “I comunisti - diceva Giorgio Almirante - hanno capito che la guerra delle parole è la più importante e che nessun tipo di armamenti resiste agli eserciti delle parole. Hanno associato la parola comunismo alle parole che la gente gradisce: pace, libertà, giustizia, progresso; e sono stati capaci di farlo nel periodo storico in cui, dall’Ungheria alla Cecoslovacchia, dalla Corea all’Indocina, da Cuba al Medio Oriente, tutto il mondo è stato testimone dell’associazione di fatto della parola comunismo con le tremende parole che si chiamano: guerra, oppressione, tirannia, stra