.parte terza
Entrarono nel centro storico
di Lucca da porta Santa Maria. Attraversata la piazza, raggiunsero in un baleno
la via dei Borghi, parcheggiarono l’auto accanto alla chiesa di San Leonardo e,
mano nella mano, si diressero verso la casa di Encevaldo, che era lì a due
passi.
Fatte le scale, entrarono ed
Encevaldo abbracciò Elafia. Le bocche si cercarono e si unirono.
- Ma non dovevi farmi
leggere il tuo sproloquio? - chiese ad un tratto la ragazza, staccando le
labbra.
- Hai ragione. Ogni promessa
è debito.
Encevaldo raggiunse uno
scaffale, prese una cartella e tirò fuori alcuni fogli dattiloscritti.
- Ecco lo sproloquio -
disse, porgendoli ad Elafia.
Lei li prese e iniziò a
leggere ad alta voce.
“Sproloquio sul mistero
dell’esistenza del male e quindi anche del
bene”.
- Ma lo devo proprio leggere
tutto? - fece Elafia, interrompendosi subito e alzando gli occhi verso
Encevaldo. - Mi sembrano tante pagine.
- Non sono
molte.
Elafia riprese a
leggere.
“Nessuno pensi che la vita
sia bella senza problemi. Una vita senza problemi, per noi, fortunati abitanti
di questo mondo, non è neppure prevista, perché Dio, nostro creatore e padre
premuroso, così ha voluto per il nostro bene. Il problema, dunque, non è quello
di avere o meno problemi, perché per fortuna ci sono, ma di renderci conto che
proprio essi sono la causa delle nostre soddisfazioni e dobbiamo ringraziare Dio
per averceli concessi”.
- Ma che dici! - fece
Elafia. - Dobbiamo ringraziare Dio perché ci ha creato i problemi? Magari
potessimo avere una vita senza problemi!
- Sarebbe una vita inutile -
disse tranquillo Encevaldo.
- Invece sarebbe
meraviglioso. E poi come fai a dire che è stato Dio a darci i problemi? Non ce
li siamo creati da soli?
- Mi sembra che tu faccia
troppe domande. Vai avanti e capirai da sola.
“In principio
- continuò
a leggere Elafia - Dio creò l’uomo senza problemi, lo chiamò Adamo, lo pose
nel paradiso terrestre e pensò d’aver fatto cosa buona. Ma l’uomo, com’è noto,
dopo aver dato il nome alle cose e agli animali, così come gli aveva detto Dio
in persona, cominciò ad annoiarsi e non era affatto felice. Dio se ne avvide e
si preoccupò. “Gli ho creato il cielo - diceva tra sé - con il sole per il
giorno e la luna e le stelle per la notte, il mare che trabocca di pesci, la
terra colma di animali e di piante, poi ho fatto lui a mia immagine e
somiglianza, gli ho dato la vita e l’ho posto in questo paradiso dove nulla gli
manca e dove tutto è a sua disposizio ne, perché dunque non è soddisfatto?”. Per
un attimo pensò di discutere del problema proprio con Adamo, oppure con gli
angeli (chi altri c’era?); perché spesso da quelli che meno te l’aspetti...!
Poi, però, pensando alle conseguenze per la sua immagine, “per l’amor di Dio! “,
esclamò e non ne fece di nulla”.
- Descrivi Dio come se fosse
un uomo! - commentò Elafia. - Un Dio che crea l’uomo, poi lo vede giù di corda
... e pensare che lo aveva fatto senza problemi! ... e non riesce a capire
perché e si preoccupa di lui.
- Proprio così. E’ un padre
premuroso.
“Non gli
rimaneva -
proseguì Elafia - che leggere nei pensieri dell’uomo. Lo fece e vide che
Adamo era abulico e sciatto, aveva una sorta di cervello piatto. Non solo
non era felice, ma non faceva niente per esserlo. E non se ne comprendevano
neanche i motivi: se ne stava lì in disparte, solo, apatico e non sapeva neanche
lui cosa volesse. Dio, però, voleva troppo beneall’uomo, lo considerava suo
figlio, non sopportava di vederlo così, doveva fare
qualcosa”.
- E a questo punto, ci
scommetto, gli creò la donna! - esclamò Elafia.
- Non ancora - precisò
Encevaldo.
Elafia riprese a leggere lo
sproloquio.
“E cercò di dargli una
mano.
Allora - è scritto nella Bibbia - Dio modellò, ancora dal terreno, tutte le
fiere della steppa e tutti i volatili del cielo e li condusse all’uomo per
vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l’uomo avesse chiamato gli
esseri viventi, quello doveva essere il loro nome. Ne fece di grandi e di
piccoli, di brutti e di belli, di simpatici e di antipatici. Appena creati, li
conduceva all’uomo affinché egli li conoscesse, li chiamasse per nome, ci
facesse amicizia e fosse con essi felice. Ma Adamo li guardava senza entusiasmo,
metteva ad essi il primo nome che gli passava per la mente e, poiché non era
attratto più di tanto da essi, si riponeva sd raiato una volta sotto una quercia
e una volta sotto un ulivo, staccava i petali bianchi di una margherita,
adocchiava distratto una foglia d’edera e un minuscolo garofano, capitati lì per
caso, e si rigirava dall’altra parte più annoiato che
mai”.
- Parli di Adamo come se si
trattasse di Romano Prodi! - disse Elafia alzando gli occhi e facendo un lieve
sorriso.
- Vedo che sei una buona
osservatrice.
- Ma visto che c’eri, perché
non ci hai messo anche una falce ed un martello, così facevi tutto il
centrosinistra?
Anche Encevaldo
sorrise.
“Un giorno
Dio -
continuò a leggere Elafia, - guardando da lontano sotto la solita quercia,
vide finalmente che l’uomo si era alzato e si dimenava tutto: sembrava giocasse
con notevole interesse. Poi, avvicinatosi, capì che purtroppo la cosa era
diversa. Non solo Adamo non si stava divertendo, ma, al contrario, era
nervosissimo. Agitava le mani non certo per giocare, ma per scacciare gli
ultimi, fastidiosissimi insetti che Lui gli aveva creato: le mosche e le
zanzare”.
- La storiella delle mosche
e delle zanzare - commentò Elafia - non mi sembra ungranché. Potevi farne a meno, anche per
rispetto nei confronti di Dio.
- Hai ragione. La
cancellerò.
“Il tempo passava e l’uomo
continuava ad annoiarsi. Dio allora cominciò quasi a perdere la pazienza. “Ho
impiegato solo una settimana per fare l’intero creato - disse dopo un paio di
mesi, - ho donato tutto questo ben di Dio all’uomo che non lo apprezza per
niente ed ora, dopo così tanto tempo, non mi riesce di trovare una soluzione per
renderlo felice. Rimane però sempre la mia migliore creatura, l’unica creata a
mia immagine e somiglianza, anche se sembra che mi somigli così poco. Comunque
prima o poi ne verrò a capo e grande sarà la mia soddisfazione”. E rimase a
riflettere”.
- Dio perde anche la
pazienza?
- L’ha persa un sacco di
volte da quando ha creato l’uomo. Pensa alla cacciata dal paradiso terrestre,
alla torre di Babele, alla schiavitù del popolo eletto prima a Babilonia e poi
in Egitto o, peggio ancora, al diluvio universale.
- Già!
“Per non farvela troppo
lunga, vi dico subito che fu proprio quest’ultimo concetto a condurlo verso la
divina, risolutiva intuizione: la soddisfazione deriva proprio dal problema,
dalla sua soluzione, il gusto del riposo è causato dalla stanchezza, la gioia
proviene dal dolore, la felicità dall’angosciae così via. Il segreto era
tutto lì”.
- E infatti ora anch’io sono
stanca di stare in piedi e se mi metto a sedere provo una bella
soddisfazione.
- Hai ragione. Mettiamoci a
sedere.