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domenico riccio

cittadino dello antico et populare stato di Lucca (Italia)

 
 
     
 
sábado 03/junio/2006 17:52

Sproloquio sul mistero dell'esistenza del male e quindi anche del bene


.parte terza


Entrarono nel centro storico di Lucca da porta Santa Maria. Attraversata la piazza, raggiunsero in un baleno la via dei Borghi, parcheggiarono l’auto accanto alla chiesa di San Leonardo e, mano nella mano, si diressero verso la casa di Encevaldo, che era lì a due passi.

Fatte le scale, entrarono ed Encevaldo abbracciò Elafia. Le bocche si cercarono e si unirono.

- Ma non dovevi farmi leggere il tuo sproloquio? - chiese ad un tratto la ragazza, staccando le labbra.

- Hai ragione. Ogni promessa è debito.

Encevaldo raggiunse uno scaffale, prese una cartella e tirò fuori alcuni fogli dattiloscritti.

- Ecco lo sproloquio - disse, porgendoli ad Elafia.

Lei li prese e iniziò a leggere ad alta voce.

 

Sproloquio sul mistero dell’esistenza del male e quindi anche del bene.

 

- Ma lo devo proprio leggere tutto? - fece Elafia, interrompendosi subito e alzando gli occhi verso Encevaldo. - Mi sembrano tante pagine.

- Non sono molte.

Elafia riprese a leggere.

“Nessuno pensi che la vita sia bella senza problemi. Una vita senza problemi, per noi, fortunati abitanti di questo mondo, non è neppure prevista, perché Dio, nostro creatore e padre premuroso, così ha voluto per il nostro bene. Il problema, dunque, non è quello di avere o meno problemi, perché per fortuna ci sono, ma di renderci conto che proprio essi sono la causa delle nostre soddisfazioni e dobbiamo ringraziare Dio per averceli concessi”.

- Ma che dici! - fece Elafia. - Dobbiamo ringraziare Dio perché ci ha creato i problemi? Magari potessimo avere una vita senza problemi!

- Sarebbe una vita inutile - disse tranquillo Encevaldo.

- Invece sarebbe meraviglioso. E poi come fai a dire che è stato Dio a darci i problemi? Non ce li siamo creati da soli?

- Mi sembra che tu faccia troppe domande. Vai avanti e capirai da sola.

“In principio - continuò a leggere Elafia - Dio creò l’uomo senza problemi, lo chiamò Adamo, lo pose nel paradiso terrestre e pensò d’aver fatto cosa buona. Ma l’uomo, com’è noto, dopo aver dato il nome alle cose e agli animali, così come gli aveva detto Dio in persona, cominciò ad annoiarsi e non era affatto felice. Dio se ne avvide e si preoccupò. “Gli ho creato il cielo - diceva tra sé - con il sole per il giorno e la luna e le stelle per la notte, il mare che trabocca di pesci, la terra colma di animali e di piante, poi ho fatto lui a mia immagine e somiglianza, gli ho dato la vita e l’ho posto in questo paradiso dove nulla gli manca e dove tutto è a sua disposizio ne, perché dunque non è soddisfatto?”. Per un attimo pensò di discutere del problema proprio con Adamo, oppure con gli angeli (chi altri c’era?); perché spesso da quelli che meno te l’aspetti...! Poi, però, pensando alle conseguenze per la sua immagine, “per l’amor di Dio! “, esclamò e non ne fece di nulla”.

- Descrivi Dio come se fosse un uomo! - commentò Elafia. - Un Dio che crea l’uomo, poi lo vede giù di corda ... e pensare che lo aveva fatto senza problemi! ... e non riesce a capire perché e si preoccupa di lui.

- Proprio così. E’ un padre premuroso.

“Non gli rimaneva - proseguì Elafia - che leggere nei pensieri dell’uomo. Lo fece e vide che Adamo era abulico e sciatto, aveva una sorta di cervello piatto. Non solo non era felice, ma non faceva niente per esserlo. E non se ne comprendevano neanche i motivi: se ne stava lì in disparte, solo, apatico e non sapeva neanche lui cosa volesse. Dio, però, voleva troppo beneall’uomo, lo considerava suo figlio, non sopportava di vederlo così, doveva fare qualcosa”.

- E a questo punto, ci scommetto, gli creò la donna! - esclamò Elafia.

- Non ancora - precisò Encevaldo.

Elafia riprese a leggere lo sproloquio.

“E cercò di dargli una mano. Allora - è scritto nella Bibbia - Dio modellò, ancora dal terreno, tutte le fiere della steppa e tutti i volatili del cielo e li condusse all’uomo per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l’uomo avesse chiamato gli esseri viventi, quello doveva essere il loro nome. Ne fece di grandi e di piccoli, di brutti e di belli, di simpatici e di antipatici. Appena creati, li conduceva all’uomo affinché egli li conoscesse, li chiamasse per nome, ci facesse amicizia e fosse con essi felice. Ma Adamo li guardava senza entusiasmo, metteva ad essi il primo nome che gli passava per la mente e, poiché non era attratto più di tanto da essi, si riponeva sd raiato una volta sotto una quercia e una volta sotto un ulivo, staccava i petali bianchi di una margherita, adocchiava distratto una foglia d’edera e un minuscolo garofano, capitati lì per caso, e si rigirava dall’altra parte più annoiato che mai”.

- Parli di Adamo come se si trattasse di Romano Prodi! - disse Elafia alzando gli occhi e facendo un lieve sorriso.

- Vedo che sei una buona osservatrice.

- Ma visto che c’eri, perché non ci hai messo anche una falce ed un martello, così facevi tutto il centrosinistra?

Anche Encevaldo sorrise.

“Un giorno Dio - continuò a leggere Elafia, - guardando da lontano sotto la solita quercia, vide finalmente che l’uomo si era alzato e si dimenava tutto: sembrava giocasse con notevole interesse. Poi, avvicinatosi, capì che purtroppo la cosa era diversa. Non solo Adamo non si stava divertendo, ma, al contrario, era nervosissimo. Agitava le mani non certo per giocare, ma per scacciare gli ultimi, fastidiosissimi insetti che Lui gli aveva creato: le mosche e le zanzare”.

- La storiella delle mosche e delle zanzare - commentò Elafia - non mi sembra ungranché. Potevi farne a meno, anche per rispetto nei confronti di Dio.

- Hai ragione. La cancellerò.

“Il tempo passava e l’uomo continuava ad annoiarsi. Dio allora cominciò quasi a perdere la pazienza. “Ho impiegato solo una settimana per fare l’intero creato - disse dopo un paio di mesi, - ho donato tutto questo ben di Dio all’uomo che non lo apprezza per niente ed ora, dopo così tanto tempo, non mi riesce di trovare una soluzione per renderlo felice. Rimane però sempre la mia migliore creatura, l’unica creata a mia immagine e somiglianza, anche se sembra che mi somigli così poco. Comunque prima o poi ne verrò a capo e grande sarà la mia soddisfazione”. E rimase a riflettere”.

- Dio perde anche la pazienza?

- L’ha persa un sacco di volte da quando ha creato l’uomo. Pensa alla cacciata dal paradiso terrestre, alla torre di Babele, alla schiavitù del popolo eletto prima a Babilonia e poi in Egitto o, peggio ancora, al diluvio universale.

- Già!

“Per non farvela troppo lunga, vi dico subito che fu proprio quest’ultimo concetto a condurlo verso la divina, risolutiva intuizione: la soddisfazione deriva proprio dal problema, dalla sua soluzione, il gusto del riposo è causato dalla stanchezza, la gioia proviene dal dolore, la felicità dall’angosciae così via. Il segreto era tutto lì”.

- E infatti ora anch’io sono stanca di stare in piedi e se mi metto a sedere provo una bella soddisfazione.

- Hai ragione. Mettiamoci a sedere.

 
 
   · autor: 1damnic  · sección: Sproloquio  
     
   
 
     
 
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