parte settima
- Finito! - esclamò Elafia
soddisfatta, posando i fogli sul tavolo.
- Cosa ne pensi? - chiese
con interesse Encevaldo.
- Cosa ne penso? - ripeté
lei per guadagnare qualche secondo e riflettere. - Penso che la cosa più
azzeccata sia il titolo. Sì. Secondo me, hai ragione tu: si tratta proprio di
uno sproloquio.
Encevaldo nonci rimase
bene.
- A parte glischerzi - proseguìElafia, - il contenuto
potrebbe apparire offensivo nei confronti di Dio. Egli, infatti, sembra trovarsi
spesso in difficoltà: ragiona come l’uomo e non come il Dio che sa tutto, non
riesce a capire i motivi dell’infelicità dell’uomo, prova inutilmente a trovare
dei rimedi. E alla fine, dopo il peccato originale, si esprime con termini
estremamente duri.
- Per quanto riguarda le
dure parole di Dio - precisò Encevaldo, - ti faccio semplicemente notare che
esse sono state prese pari pari dalla Bibbia, dal libro della Genesi. La
difficoltà a capire l’uomo e la sua apatia si spiega, secondo me, dal fatto che
il male è avulso da Dio e di conseguenza poteva essere avulso anche il concetto
che si possa raggiungere la felicità mediante la conoscenza e la prova della
fatica e del dolore e quindi del male.
- Tu quindi sei davvero
convinto che il male dell’uomo non sia stato determinato solo dall’uomo, dal suo
libero arbitrio, dal suo egoismo, dal desiderio di sentirsi pari a Dio, dal
disobbedire alle leggi di Dio, ma che sia stato Dio stesso a dargli la facoltà
di viverlo e di capirlo?
- Penso proprio così. Dal
momento che mi parli di libero arbitrio, che significa essenzialmente capacità
di distinguere il bene dal male e libertà di scegliere tra il bene e il male,
hai già la risposta. Il libero arbitrio, facoltà di giudizio e libertà di
scelta, non può che essere successivo alla conoscenza del bene e del male e
quindi a quello che viene definito il peccato originale. La conoscenza del bene
e del male è, a mio avviso, il più importante dono di Dio, dal quale consegue,
ancora per bontà di Dio, il libero arbitrio, la libertà.
- Insomma qual’è, secondo
te, il rapporto di Dio nei confronti dell’uomo?
- Al di là di una lettura
quasi paradossale e comunque non ortodossa della Genesi, al di là dei presunti
discorsi coloriti di Adamo ed Eva, la sostanza del racconto biblico deve essere
incentrata sul grande amore che Dio ha per l’uomo fin dalla sua creazione. Il
fatto stesso che Dio si sforzi di capire i problemi e i bisogni dell’uomo,
concetto oggettivamente offensivo, altro non vuol significare che il desiderio
di Dio di vedere l’uomo attivo e soddisfatto. L’insegnamento che personalmente
ne ho tratto si può riassumere nel seguente concetto: “Dio ama l’uomo più di
ogni altra creatura, desidera che sia felice nella consapevolezza e fa in modo
che ciò accada”.
- Nel tuo racconto, però,
sembra che l’uomo ci faccia proprio la figura del biscaro. E non mi rispondere
che deve essere giustificato perché era appena stato creato, e sul principio
anche viziato, e quindi non poteva avere esperienza.
- Non ci passerà granché
bene, ma tieni presente che al centro dell’attenzione di Dio c’è proprio
l’uomo.
- E la
donna?
- Intanto è bene precisare
che nel primo capitolo della Genesi, quello che racconta i sei giorni della
creazione del mondo, c’è scritto che, quando Dio creò l’essere umano, lo fece
maschio e femmina. Finalmente Dio disse: “Facciamo l’uomo a nostra immagine e
somiglianza, affinché possa dominare sui pesci del mare e sui volatili del
cielo, sul bestiame e sulle fiere della terra e fin su tutti i rettili che
strisciano sulla terra”. E Dio creò gli uomini a sua immagine; a immagine
di Dio li creò; maschio e femmina li creò. Nel mio sproloquio la donna,
rispetto all’uomo, sembra più ragionevole e concreta, come di fatto è, e diventa
soprattutto strumento, sia pure inconsapevole, dell’opera divina per la felicità
non solo sua e di Adamo, ma di tutto il genere umano che da essi discenderà.
- Sembra quasi un trattato
di teologia.
- Per carità! Questo
sproloquio non ha la benché minima pretesa di essere considerato una sorta di
trattato. Altrimenti che sproloquio sarebbe? Espone, però, un concetto
innovativo rispetto alla consueta interpretazione del primo libro delle sacre
scritture, che la Chiesa cattolica non condivide ma che fa riflettere, e cioè:
Dio non ha punito l’uomo perché ha disobbedito ai suoi comandi o comunque perché
si è comportato male. Dio ha sempre amato l’uomo ed ha creato le condizioni
migliori per renderlo artefice libero, consapevole e responsabile nel suo
cammino, necessariamente faticoso, verso la conquista della felicità. Più di
così, meglio di così, non era fattibile.
- Ecco spiegato l’ottimismo
di quel Pangloss!
- Brava! Non a caso è citato
il Candide di Voltaire nella parte che riguarda le convinzioni di
Pangloss: dans le meilleur des mondes possibles tout est au mieu et
.les choses ne peuvent etre autrement;, nonostante le disgrazie, le guerre e
le malattie, nonostante il male. Ed è proprio così, forse: senza la fatica non
esiste la soddisfazione, senza il male, senza la conoscenza, la dura lotta e la
sconfitta di esso, il bene, scopo della nostra vita terrena e celeste, non ci
sarebbe. Niente regali, dunque, niente paradiso terrestre, ma la possibilità per
l’uomo e la donna, nella consapevolezza di ciò che è bene e ciò che è male e
nella libertà della scelta, di guadagnarsi gradualmente la felicità. Dio premia
la volontà di fare (Il faut cultiver notre jardin) e di fare bene nella
responsabile libertà. E di conseguenza, mi viene da aggiungere, uno dei peccati
più odiosi diventa l’accidia.