..RECENSIONE DEL PROF. ETTORE BORZACCHINI
(Da Spettacoli e Cultura - Il Tirreno del 5 ottobre 2005) La riscoperta della "topa di Capannori" si deve alla ricerca appassionata e tenace di uno scrittore, Domenico Riccio, lucchese di adozione
RECENSIONE DEL PROF. ETTORE BORZACCHINI
(Da Spettacoli e Cultura - Il Tirreno del 5 ottobre 2005) La riscoperta della "topa di Capannori" si deve alla ricerca appassionata e tenace di uno scrittore, Domenico Riccio, lucchese di adozione, il quale affascianato da questa espressione di cui si stava perdendo l'uso e la memoria, le ha dedicato non solo un pregevole romanzo, La topa di Capannori, Biagini 2005, ma ne ha ricostruito il significato e recuperato la gustosa immagine, attraverso un'indagine che tra l'altro ha il merito di collegare la dispersa cultura del popolo degli emigrati dalla terra lucchese, con testimonianze pressoché dimenticate di valenti storici del costume locale.Se della topa di Capannori infatti ancor se ne parla, allegoricamente, nelle veglie dei vecchi pionieri lucchesi in California, si è dovuto faticar non poco per sapere cos'è, cos'era veramente e andarla a ritrovare in questa plaga della Toscana, dove nel tanto - dal Borzacchini - amato linguaggio di basso registro la topa occupa un posto di tutto rispetto definendo, come più volte da noi trattato, il complesso e gradevole panorama dell'organo genitale femminile, così come ce lo ha tramandato la più antica tradizione orale de' nostri antenati che furono contemporanei del Boccaccio, del Poliziano, del Machiavelli; "...ah, "topa", dolce e morbido lemma, magico evocatore di segreti pelami intravisti tra la coscia e il corpo..." (cfr.: Schwarzkopfen e Bartholdy, La topa, culto e miscredenza presso i popoli primitivi della Toscana costiera, Loreto 1964).Si è appurato così che la "topa di Capannori" altro non era che un mascherone scolpito in legno, applicato all'orologio della chiesa principale del comune di Capannori, territorio eminente del vasto demanio paleodemocristiano della piana di Lucca, la qual icona con un ingegnoso meccanismo apriva e chiudeva la bocca dalle grandi e carnose labbra al batter dell'ore, e presumibilmente raffigurava una divinità pagana, Cronos, a rammentare alle genti l'ineluttabile divorar del tempo i destini dei mortali.Terribile doveva essere l'effetto e di qualche jattura considerato quell'aggeggio, se ad esso fu affibbiato, dalla fantasia popolare e con apotropaico intento il nome di "topa", un po' forse per la forma di quella bocca e un po' per esorcizzarne con un'immagine di arguta e irriverente fantasia i possibili malauguri. Per molto tempo e gloriosamente troneggiante sul campanile essa doventò luogo comune (tòpos quindi, oltre che topa - Crepet) d'identità del paese e si trasferì nel lessico comune a indicarne alcunché di rimarchevole e altamente rappresentativo, tanto che lo stesso Giacomo Puccini in almeno due lettere familiari fa ad essa riferimento come paradigma di grandezza e di profondità.Non resta da dire altro che attualmente il mascherone è conservato con cura amorevole nella sacrestia e che si è formato un movimento d'opinione, non scevro da capziose polemiche politiche, inteso alla sua ricollocazione sul campanile; chi trova riduttivo se non lesivo dell'immagine di Capannori assurger di bel nuovo al titolo di "paese della topa" evidentemente trascura i vantaggi anche economici e vivaddio culturali derivanti da una D.O.C. di questo genere nel quadro dell'apprezzamento del prodotto europeo a fronte delle dilaganti imitazioni del mercato asiatico (cfr.: Romano Prodi, Verso l'eurognocca, Fabbrica di Programma, Bologna 2005).
Ettore Borzacchini
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RECENSIONE DEL PROF. ALESSANDRO BEDINI
INTRIGO E TRADIZIONE NEL ROMANZO DI RICCIO -
Il mascherone di Capannori al centro del terzo libro del vicesindaco(da Il Tirreno del 14 settembre 2005 in cronaca di Lucca).
E' il terzo romanzo in tre anni e si intitola "La topa di Capannori". Domenico Riccio, attuale vicesindaco, ha voluto recuperare un'antica tradizione della Lucchesia. La topa di Capannori, infatti, era un mascherone posto sul campanile della chiesa del paese, che si muoveva ogni volta che l'orologio batteva i quarti d'ora. La veste tipografica sontuosa, ideata dall'editore Gino Biagini, e la prefazione di Altero Matteoli, ministro dell'ambiente, impreziosiscono le pagine scorrevoli e curate scritte da Riccio.Si tratta di un percorso autobiografico che ha inizio con una scoperta - l'esistenza della topa di Capannori della quale l'autore viene a sapere nel corso di un suo soggiorno negli Stati Uniti - da una signora che fa parte dell'associazione Lucchesi nel mondo.Da quel momento l'idea prende forma, la trama comincia a dipanarsi, le pagine si susseguono incalzanti, fino ad arrivare a 320. Un libro ponderoso e anche complesso. Diviso in due parti "la prima ludica, la seconda seria" ha precisato l'autore nel corso della presentazione alla stampa. L'aspetto ludico ripercorre la storia di questo mascherone che fino agli anni Venti del secolo scorso campeggiava sul campanile della chiesa di Capannori. Ne ha parlato persino Giacomo Puccini in due lettere destinate alla sorella Ramelde e al cognato Raffaello Franceschini. La seconda parte lascia spazio a un sapido intreccio di sentimenti, politica, vita vissuta nei fatidici anni Settanta, quelli di piombo, della guerra civile strisciante tra giovani di destra e di sinistra.Riccio ricostruisce quel clima, lascia assaporare al lettore il gusto amaro dell'essere di destra e quindi emarginati, anzi, trattati come dei paria della società. Sullo sfondo si muovono personaggi lucchesi e non, gli amici d'infanzia, le prime ragazze, i compagni di un'avventura politica ed esistenziale non ancora conclusa. Danilo Ravenni e Beppe Niccolai, due leader del Movimento sociale italiano a Lucca e in Toscana, compaiono spesso nelle pagine del libro, è un ricordo commosso e denso di significati."La topa di Capannori" non è solo un tuffo un po' azzardato nella tradizione locale, ma la paziente tessitura di una tela che sarebbe piaciuta tanto a Riccardo Bacchelli, per la pazienza, la cura, l'acume, la passione con cui è stato scritto. Tra il serio e il faceto questo libro ci porta indietro nel tempo, nella geografia, nella storia, ci narra di un microcosmo che ha segnato molte esistenze, qualcuna perduta altre no, un mondo a molti sconosciuto sul quale l'autore ha gettato un fascio di luce.
Alessandro Bedini